Dall’ipnosi clinica all’ipnosi spirituale

L’ipnosi non è quel fenomeno da baraccone a cui molti pensano. È invece uno strumento forte (e nello stesso tempo delicato) per accedere a zone del nostro inconscio che normalmente ci sono precluse. 
L’ipnosi può far parte di ogni percorso di benessere e salute, aggiungendo valore ed efficacia a tutte le altre pratiche già in essere, e può essere utilizzata sia per rimuovere traumi o condizionamenti inconsci che a scopo esperienziale ed esplorativo.
Luca Speciani è ipnotista abilitato in Svizzera con il metodo Birth.
 
Un fenomeno poco compreso
Chi ha letto il mio recentissimo “Comunicare” ricorderà certo che il titolo e i capitoli di quel libro mi sono stati indicati in sogno. In un sogno simile ho avuto chiara percezione di un’evoluzione delle terapie mediche del futuro verso qualcosa che aveva un nome e una sigla: TSE, acronimo che sta a indicare “Terapia Simbolico Energetica”.
Nel sogno mi era chiaro che tale terapia dovesse dapprima identificare attraverso il significato simbolico dell’organo colpito (per esempio reni=paura, fegato=rabbia, capelli=libertà ecc.) l’emozione su cui lavorare. Poi, attraverso tecniche energetiche (ipnosi, reiki, meditazione, riflessologia, massaggi, stimoli meccanici) indurre i segnali di salute appropriati.
Buffo sognare un sistema di cui ancora non si conoscono completamente basi e modalità operative, no? Ma negli anni mi sono abituato a dare credito al contenuto dei miei sogni, fossero essi lucidi o finestre aperte sul mio inconscio. Spesso infatti i sogni ci mettono in connessione con parti di noi più profonde, magari del tutto inaccessibili alla mente razionale, ma che possono poi essere illuminanti per le nostre scelte.
Questo mondo difficilmente accessibile, che contiene talvolta le spiegazioni profonde delle nostre paure e dei nostri comportamenti, può essere raggiunto in vari modi. Attraverso i sogni, come abbiamo visto, ma anche attraverso la meditazione profonda (o il training autogeno, in versione più occidentale). Attraverso i viaggi astrali (OBE) oppure tramite ipnosi. Ipnosi che è talora avvolta da un alone di mistero e di cautela, perché il comune mortale la collega ai maghi da palcoscenico del “quando lo dirò io…” e ai fenomeni da baraccone, dagli obiettivi non sempre trasparenti.
E se provassimo a saperne di più?
 
Un po’ di storia
L’ipnosi evoca spesso immagini contrastanti: da un lato il fascino un po’ teatrale degli spettacoli, dall’altro un’aura di mistero che la rende, per molti, qualcosa di poco chiaro o addirittura sospetto. Eppure, al di là delle rappresentazioni mediatiche, l’ipnosi è oggi oggetto di studio rigoroso nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia clinica.
In termini scientifici, l’ipnosi può essere definita come uno stato di coscienza modificato, caratterizzato da un’attenzione focalizzata, una riduzione della consapevolezza periferica e una maggiore responsività alle suggestioni. Questa definizione, proposta da organizzazioni come l’American Psychological Association, riflette un consenso crescente: l’ipnosi non è sonno né perdita di controllo, ma una particolare modalità di funzionamento della mente.
Le sue radici storiche risalgono al XVIII secolo con Franz Anton Mesmer, che parlava di “magnetismo animale”, ma è con James Braid nell’Ottocento che il termine “ipnosi” viene introdotto e progressivamente liberato dalle interpretazioni pseudoscientifiche.
Nel Novecento, figure come Milton H. Erickson hanno contribuito a svilupparne un uso clinico sofisticato, centrato sulla comunicazione e sulla valorizzazione delle risorse individuali.
Negli ultimi decenni, l’avvento delle tecniche di neuroimaging ha permesso di osservare cosa accade nel cervello durante uno stato ipnotico. Studi con risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno evidenziato modificazioni nell’attività di aree coinvolte nell’attenzione, nel controllo esecutivo e nella percezione del dolore, come la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale. Questi dati suggeriscono che l’ipnosi non è un fenomeno “immaginario”, ma un processo neurocognitivo misurabile.
 
E nella pratica?
Dal punto di vista applicativo, l’ipnosi è oggi utilizzata in diversi contesti: dall’aiuto nella gestione del dolore cronico e acuto, al trattamento dell’ansia, fino al supporto in procedure mediche invasive.
In ambito clinico, si parla più precisamente di ipnoterapia: un approccio che richiede formazione specifica e che si integra spesso con altre tecniche psicologiche.
Resta tuttavia importante distinguere tra ipnosi scientifica e rappresentazioni popolari. Contrariamente a quanto si crede, una persona in stato ipnotico non perde la propria volontà né può essere indotta a compiere azioni contro i propri valori. Piuttosto, l’ipnosi sembra amplificare la capacità naturale della mente di concentrarsi, immaginare e modulare le proprie percezioni.
In questa prospettiva, l’ipnosi appare meno come un potere misterioso e più come una finestra privilegiata sulle potenzialità della coscienza umana: un fenomeno che, lungi dall’essere esoterico, continua a stimolare la ricerca scientifica e a offrire strumenti operativi concreti.
Esistono quindi vari tipi di ipnosi: l’ipnosi classica, che può essere utilizzata sia nel controllo del dolore (l’amico Nicola Pirastu in Sardegna l’ha applicata spesso in ginecologia per i parti più difficili) che nella rimozione di traumi. Ma può esistere anche un’ipnosi semplicemente esperienziale o esplorativa, in cui l’individuo – libero dai condizionamenti razionali – esplora le potenzialità del suo inconscio visualizzando possibilità o strade nuove e creative che possano in qualche modo migliorare il proprio approccio alla vita.
Vi è infine un’ipnosi che potremmo chiamare “spirituale” che ci mette in contatto con le parti più profonde del nostro essere, e che può aiutarci o accompagnarci in un processo di crescita interiore o di maggior consapevolezza.
Rientrano in questa categoria anche le sedute di ipnosi cosiddette “regressive” in cui si rivivono momenti particolari della propria vita, che possono essere così affrontati, superati, rimossi.
Alcuni sostengono di riuscire ad accedere anche a vite precedenti e – nell’intervallo tra queste – a stati di coscienza espansa come entità disincarnate.
È naturale che una parte degli psicoterapeuti – così come una parte dei pazienti – non creda esplicitamente a questa interpretazione, ma la interpreti come una visualizzazione creativa per rivedere in modo simbolico delle esperienze di vita traumatiche, senza esserne troppo direttamente colpito.
Come ho scritto su “Comunicare” non è tanto importante l’interpretazione di ciò che avviene in stati alterati di coscienza. Ciò che importa è iniziare a comprendere che questi stati esistono, e ci danno accesso a parti sconosciute di noi, con le quali possiamo lavorare e perfino “fare amicizia”. Intento impossibile se ne neghiamo pervicacemente l’esistenza.
 
Viaggi reali?
Anche lo psichiatra Brian Weiss era dell’idea che l’ipnosi regressiva – attraverso la simbolizzazione di Giulio Cesare o di Napoleone, piuttosto che di una strega o di un boia medioevale – non fosse altro che uno stratagemma mentale per rimuovere blocchi o traumi acquisiti in questa vita. Se funzionava, avrebbe continuato a farlo.
Accadde però che un giorno, durante una seduta di ipnosi regressiva con la sua paziente Catherine, la donna regredì fino nell’utero della propria madre, e poi più indietro, allo stato di entità disincarnata, prima ancora di entrare nel mondo come Catherine.
Per chi mastica questi argomenti, si ritiene che le anime, prima di incarnarsi, non solo vivano una situazione di coscienza espansa (cioè di comprensione più profonda della realtà), ma abbiano anche la possibilità di incontrare altre entità disincarnate e di dialogare con loro.
Catherine racconta a Weiss di essere in compagnia di suo padre (del padre di Weiss), da tempo deceduto, e di un bambino. Dice il nome di tutti e due, ma il nome del padre è quello ebreo originario, Avrom, cambiato al suo arrivo negli Stati Uniti e mai rivelato a nessun estraneo.
Weiss ne è colpito. Come può Catherine conoscere quel nome? Ma ancora più colpito rimane Weiss dal sapere che quel bimbo è suo fratello, morto in culla prima che lui (Weiss) nascesse, e di cui i genitori non avevano mai fatto parola con nessuno (informazione di cui poi avrà conferma dalla madre).
Da quel giorno Weiss inizia a credere che le regressioni ipnotiche dei suoi pazienti nascondano molto di più che le fantasie di qualche mente creativa, e scrive diversi splendidi libri sulle sue esperienze e sulle numerose documentazioni di storie di vita rivissute, che hanno poi trovato conferma archeologica, storica o letteraria.
 
E quindi?
Come possiamo noi trasformare questa possibilità, invero abbastanza facilmente accessibile, in uno strumento complementare efficace?
Nella pratica io svolgo sempre prima il mio compito ordinario di consulente, che prevede una lunga colloquio, e successivamente lavoro su educazione alimentare e movimento fisico con gli efficacissimi strumenti testati negli anni. Tuttavia ci sono situazioni in cui un problema continua a ripresentarsi, anche se con modalità diverse (una credenza ingiustificata, un’umiliazione, un ruolo che non sentiamo nostro, un mondo che gira troppo velocemente, una sessualità repressa o insoddisfatta). Tutti questi fattori inconsci possono essere di disturbo per la nostra salute anche a fronte di comportamenti “biologici” impeccabili.
Questo è il momento in cui propongo una seduta di ipnosi (sempre su base volontaria), attraverso la quale andare a cercare di capire dove sia il “blocco” e come poterlo rimuovere, magari nel corso stesso della seduta.
Lavorare con l’ipnosi – che può comunque anche essere utilizzata semplicemente a fini esplorativi ed esperienziali – ci apre delle porte che normalmente teniamo chiuse.
Muoverci su questo scivoloso ma appassionante terreno può farci rivivere situazioni complesse già vissute (magari con dolore), ma può anche spalancarci vie di consapevolezza che ritenevamo inaccessibili.
Quel che incontriamo sotto ipnosi può non essere sempre del tutto gradevole ma, senza dubbio, ci offre un’opportunità di crescita interiore che poche altre strade sono in grado di offrirci.
A noi il compito di imparare a sfruttarla.
 
Tempi e costi
Una seduta ipnotica è impegnativa sia per il paziente che per l’operatore che la conduce. Di norma prendo almeno due ore come tempo ragionevolmente necessario sia a raccogliere un minimo di dati dal colloquio, sia poi a effettuare la seduta vera e propria. Il costo è di 290 CHF a seduta.
 Per chi voglia conoscere altri aspetti dell’ipnosi riporto un contributo dell’amico Beppe Scotti, con cui teniamo periodicamente “cene con l’esperto” e ritiri spirituali su questi temi.
 
Lo stato ipnotico: quando la mente rallenta e si apre un’altra qualità di ascolto
 
Esistono momenti in cui siamo perfettamente svegli, eppure non siamo immersi nel solito funzionamento mentale. Il pensiero si fa meno rumoroso, l’attenzione si concentra in modo particolare, il corpo cambia tono, il tempo sembra rallentare oppure sfumare. In quei momenti non siamo addormentati, non siamo incoscienti, non abbiamo perso il contatto con la realtà. Siamo semplicemente entrati in una diversa modalità di presenza.
 
È qui che comincia a intravedersi qualcosa dello stato ipnotico.
 
Molte persone, quando sentono la parola “ipnosi”, immaginano una sorta di sonno profondo o di trance estraniante. In realtà, lo stato ipnotico non coincide né con il sonno né con una perdita di coscienza. È piuttosto una forma particolare di attenzione. Un’attenzione raccolta, focalizzata, ricettiva. Una condizione in cui la mente ordinaria, quella che analizza continuamente, commenta, confronta, giudica e si agita, si attenua un poco. Questo non significa che scompaia del tutto, ma che smette momentaneamente di occupare l’intero spazio.
 
Quando ciò accade, può emergere una qualità di ascolto diversa.
 
Si ascolta diversamente il corpo, per esempio. Sensazioni che normalmente passano inosservate diventano più percepibili. Il respiro si fa più presente. Le tensioni si rivelano. Alcune parti del corpo sembrano pesanti, altre leggere. A volte si percepiscono immagini associate alle sensazioni. Altre volte emergono memorie o emozioni. Il confine tra pensiero, sensazione e immaginazione diventa più poroso.
 
Si ascolta diversamente anche il mondo interno. Non quello filtrato solo dalla logica, ma quello fatto di simboli, intuizioni, impressioni, risonanze profonde. Per questo l’ipnosi può aprire accessi interessanti non solo in ambito terapeutico, ma anche nel lavoro su di sé, nella consapevolezza, nella regolazione emotiva, nella comprensione dei propri automatismi interiori.
 
In fondo, tutti conosciamo stati simili. La contemplazione davanti al mare. Il raccoglimento della preghiera. La sospensione prodotta da una musica che ci attraversa. L’assorbimento totale in un’opera creativa. Il momento in cui, poco prima di addormentarci o appena svegli, la mente razionale non ha ancora ripreso completamente il comando. Sono tutte esperienze che mostrano come la coscienza non sia unica e uniforme, ma modulabile.
 
L’ipnosi utilizza in modo intenzionale questa modulazione.
 
Non si tratta quindi di “fare addormentare” qualcuno, ma di accompagnarlo in una condizione in cui possa accedere a una diversa configurazione del proprio sentire e del proprio percepire. È uno spostamento. Una soglia. Una variazione dello stato di coscienza in cui la persona può diventare più disponibile a immaginare, a sentire, a lasciar emergere contenuti interiori e, in alcuni casi, a modificare il proprio rapporto con un sintomo, una paura, un dolore o un vissuto bloccato.
 
Da un punto di vista umano, questa è una cosa molto importante. Perché ci mostra che non viviamo sempre e solo nella stessa stanza della mente. Possiamo accedere ad altre stanze. E alcune di esse custodiscono risorse che la superficie del pensiero non sa raggiungere.
 
Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che emerge in stato ipnotico sia automaticamente autentico o da prendere alla lettera. Lo stato ipnotico amplifica sì la ricettività, ma proprio per questo richiede cura, etica, capacità di contenimento e discernimento. Tuttavia resta vero che esso permette un contatto particolare con dimensioni che spesso, nella vita ordinaria, restano coperte da abitudini mentali troppo forti.
 
C’è un aspetto che trovo particolarmente significativo. Lo stato ipnotico ci insegna che la guarigione e la trasformazione non avvengono sempre attraverso lo sforzo. Talvolta avvengono attraverso un certo tipo di allentamento. Non un lasciarsi andare passivo, ma un lasciar cadere il controllo eccessivo. Molte persone vivono imprigionate in una mente iperattiva, contratta, costantemente all’erta. Pensano di doversi salvare controllando tutto. Eppure è proprio questo eccesso di controllo che, in molti casi, le tiene lontane da sé stesse.
 
Lo stato ipnotico mostra una via differente: non quella del dominio, ma quella dell’ascolto.
 
Quando la mente rallenta, non diventiamo meno intelligenti. Diventiamo forse più permeabili a un’intelligenza diversa. Più profonda. Meno rumorosa. Meno difensiva. Una forma di intelligenza che non nasce solo dall’analisi, ma dall’integrazione. Corpo, emozione, immagine, memoria, intuizione iniziano a dialogare.
 
È interessante notare che molte tradizioni sapienziali, pur usando linguaggi diversi, hanno sempre attribuito valore a stati in cui la coscienza ordinaria si trasforma: meditazione, contemplazione, preghiera profonda, ascesi, ritualità, silenzio. Non sono la stessa cosa dell’ipnosi clinica o medica, ma ci ricordano che l’essere umano ha da sempre intuito che la realtà interiore non si lascia incontrare soltanto con il pensiero lineare.
 
Per questo, a mio avviso, lo stato ipnotico non andrebbe letto solo come una tecnica funzionale. È anche una finestra antropologica. Ci dice qualcosa di fondamentale su chi siamo. Ci dice che siamo più estesi di ciò che crediamo. Che il nostro modo abituale di pensare non esaurisce la nostra coscienza. Che in noi esistono passaggi, soglie, profondità.
 
E ci dice anche un’altra cosa: che la qualità della presenza cambia la qualità dell’esperienza.
 
Se sono contratto, giudicante, disperso, scollegato da ciò che sento, vivrò una certa realtà. Se sono raccolto, presente, disponibile ad ascoltare senza voler dominare tutto, la mia esperienza cambia. L’ipnosi, in questo senso, non crea una realtà artificiale. Rende visibile una realtà interiore che spesso non sappiamo più ascoltare.
 
Il suo insegnamento più semplice e più profondo è proprio questo: che c’è un modo di stare dentro sé stessi che non coincide con il rumore mentale. E che quando vi accediamo, anche solo per poco, qualcosa si riordina.
 
Il corpo si distende. Il pensiero si fa meno tirannico. L’immaginazione torna a essere alleata. Le emozioni diventano più leggibili. L’essere si avvicina a sé stesso.
In un tempo in cui quasi tutti sono saturi di stimoli e lontani dal proprio centro, imparare che esiste un’altra qualità di ascolto non è un dettaglio ma un passaggio essenziale.

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